Un antico proverbio: “Gutta cavat lapidem”, “La goccia perfora la pietra”

Gutta cavat lapidem” è un’antica locuzione latina che viene correntemente tradotta come “La goccia perfora la pietra”, “La goccia scava la roccia”, e simili.

Utilizzando questa frase in genere non si vuole dare importanza alla pietra bucata in sé o al suo foro, bensì all’attività che serve per perforarla, ovvero alla costanza, al tempo, alla pazienza, alla perseveranza, alla tenacia che sono caratteristiche collegate alla goccia, ovvero all’agente che riesce a dare vita al foro. Va rilevato anche che questa espressione è usata per evidenziare la “purezza” dell’impegno reso dalla goccia, che non si lascia distrarre da altro, come invece può succedere e talvolta succede alle persone che perseguono un obiettivo senza convinzione o senza concentrazione.

La locuzione “Gutta cavat lapidem” si ritrova in Ovidio, in Lucrezio, in Tibullio, in Seneca, in Catone e in molti altri autori.

Più tardi, forse in epoca medievale, il proverbio fu meglio specificato così:

“Gutta cavat lapidem, non vi sed saepe cadendo”

ovvero:

“La goccia perfora la pietra non con la forza ma col cadere spesso”.

Nell’opera “Il Candelaio” di Giordano Bruno la stessa massima è leggermente variata:

“Gutta cavat lapidem non bis, sed saepe cadendo”.

A questo proverbio è collegata anche una pratica di tortura osservabile in un castello nel Casentino: a Castel San Niccolò, nella residenza dei conti Guidi, venne realizzata una cripta delle torture nella quale il prigioniero veniva rinchiuso in modo da obbligarlo a mantenere una perfetta immobilità, mentre dall’alto, da un’apertura tonda a forma di pentola capovolta, attraverso un piccolo foro gli pioveva ogni tanto sul capo una goccia d’acqua.

Era un supplizio dolorosissimo e crudele ma anche molto raffinato.

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