La leggenda delle pietre di Odino

Come sono nate le pietre di Odino? Perché si chiamano così?

È una leggenda a raccontarci perché le pietre forate naturali hanno preso il loro nome da questa divinità: una storia che scivola addirittura nel mito… quello sulla nascita della poesia.

Narra la mitologia norrena che un figlio degli dèi, Kvasir (o Kuaser), fosse così saggio da poter rispondere alle più oscure e difficili domande. Vagando per la terra, giunse un giorno presso la casa di due malvagi nani, i quali lo uccisero a tradimento e raccolsero il suo sangue in un vaso: lo mescolarono con miele e ottennero una bevanda, un magico idromele, che faceva comporre versi di poesia meravigliosa a chiunque ne bevesse.

Quando gli dèi andarono in cerca del loro figlio, i due nani giustificarono la sua fine dicendo che era morto soffocato, perché gli era rimasta la sua conoscenza in gola e non aveva incontrato nessuno così sapiente da poter alleviare il peso della sua cultura con domande abbastanza difficili.

Presto i due meschini nani ebbero altri ospiti, ed erano così avidi che finirono per uccidere i genitori di un gigante perfido quanto loro: si trattava di Suttung, che per vendicare madre e padre pose i due nani su uno scoglio circondato dalle acque del mare. Per avere salva la vita, i due pagarono come prezzo la consegna del loro idromele della poesia: questo è il motivo per cui gli antichi poeti islandesi definirono la loro arte “il sangue di Kuaser”, “la bevanda dei nani” e addirittura “il riscatto dei nani”.

Suttung portò la bevanda a casa e la consegnò in custodia alla figlia Gunloda: il prezioso vaso di idromele fu messo al sicuro sotto a degli scogli.

Gli dèi desideravano recuperare la bevanda, e la missione fu affidata al dio Odino, che si offrì di tentare la riconquista dell’idromele. Passando vicino a un prato dove nove operai erano al lavoro, Odino propose a costoro di affilare le loro falci con la sua cote. Il risultato fu così strabiliante che essi volevano tutti e nove comprargliela: perciò Odino la lanciò per aria e i lavoratori si uccisero tutti e nove nel tentativo di afferrarla.

Bauge, fratello di Suttung, era così rimasto senza uomini e Odino, sotto il falso nome di Bolverck, si propose per fare il lavoro di tutti e nove in cambio di un sorso dell’idromele: Bauge accettò, ma al momento del pagamento il gigante Suttung rifiutò di dare anche un solo assaggio della sua bevanda.

Fu a questo punto che Odino, con l’astuzia, propose a Bauge di rubare l’idromele. Si trasformò in un verme, entrò nella caverna sotto gli scogli dove Gunloda custodiva la bevanda, la sedusse e la convinse a dargli il permesso di bere tre sorsi. Ma l’astuto dio trasse dei sorsi così grandi che non lasciò nulla nel recipiente e ben presto, con la forma di un’aquila, volò via per portare al sicuro tutto l’idromele. Ma anche Suttung, adirato, si mutò nello stesso uccello e lo inseguì.

Alle porte di Asgard, Odino faticava a tenere tutto il liquore tra le fauci. Le altre divinità, vedendo ciò che accadeva, esposero tutti i vasi che avevano e così Odino si liberò del peso che portava con sé. Ma una parte del liquido non andò a finire nei recipienti, così che oggi il mondo è permeato di cattiva poesia oltre che da versi ispirati dagli dèi.

Questa la storia di Odino e dell’idromele, e di come nacque la poesia buona e cattiva.

In quanto alle pietre di Odino, la leggenda racconta che per penetrare nella caverna di Gunloda il dio dovette scavare nella pietra in forma di verme o di serpente e che proprio così diede origine alle pietre forate naturali che portano il suo nome. O, in altre versioni, Odino produsse un trapano o un punteruolo con cui il suo “complice” Bauge forò la pietra dove lui passò.

Così, secondo la leggenda, nacquero le pietre di Odino e, a causa di questo mito, le pietre bucate furono associate a questo dio nella mitologia norrena e nordica.

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